La Cometa dell’Avvento (dal 17 al 24 dicembre)

Casella 17

Il momento dell’adorazione durante il Presepe nel Presepe (ph. Mimmo Salierno)

Scendono le prime ombre della sera e l’allegro martellare del fabbro sull’incudine introduce lo spettatore nei luoghi dove, duemila anni fa, ebbero inizio gli avvenimenti che sconvolsero il mondo per la grandezza del loro messaggio”: un fascio di luce illumina il fabbro, poi si sposta su Giuseppe e Maria che iniziano il loro viaggio verso Betlemme.

È suggestione e meraviglia, sempre, e non solo per chi vi assiste per la prima volta.

Fino a che “riapri gli occhi, l’incanto è finito, Gesù è nato.

Ritorni a casa con un senso di pace ed un motivo in più per riflettere.

E, ricorda, siamo ad attenderti a Morcone ai primi di gennaio di ogni anno, accanto a Lui che è sempre pronto ad accoglierci in ogni momento della nostra vita”.

(dal commento de Il Presepe nel Presepe, Morcone).

Casella 18

Casa Sannia (ph. Marino Lamolinara)

Una facciata imponente di un edificio posto in una posizione piuttosto appartata, che si ammira con sorpresa dopo essersi arrampicati su per le scale del paese: è Casa Sannia, antica dimora storica del centro antico di Morcone, appartenuta all’omonima famiglia e probabilmente costruita nel XVI secolo. Certo, può venire un po’ di fiato corto a raggiungerla, ma ne vale la pena.

Del resto ci sarà un motivo se la monaca di casa, un personaggio ormai scomparso dai presepi napoletani, potrebbe tornare a vivere – almeno nel nostro racconto- proprio in questa storico palazzo.

Anche detta beghina (o bizzoca), indossava l’abito di una congregazione pur senza vivere in comunità ed essere soggetta ad una vera e propria regola monastica e, spesso, aveva il ruolo di insegnante.

In questo nobile palazzo morconese, abitato fino alla metà del Novecento, la monaca avrebbe avuto a sua disposizione l’intera Biblioteca Comunale, con un patrimonio librario di circa 7000 volumi tra cui manoscritti, edizioni dal Cinquecento all’Ottocento, periodici e carte musicali, che avrebbero di sicuro soddisfatto la sua curiosità; avrebbe potuto utilizzare la cucina, con il suo focolare, i fornelli antichi e gli oggetti tipici della civiltà contadina novecentesca che vi avrebbe trovato all’interno, preparando ottimi manicaretti morconesi. Non è difficile immaginarla mentre prepara i cavatelli, tradizionale pasta fresca cavata con due dita (o tre, da chi li preferisce più lunghi) e condita con un ottimo ragù di carne; da leccarsi i baffi se cucinati al tegamino.

Scendendo al pian terreno, avrebbe potuto ammirare una collezione di campane provenienti dalla varie chiese di Morcone e non sarebbe stato, questo, il suo unico svago: per diverso tempo e fino a svariati anni fa, le note degli allievi dell’Accademia Murgantina avrebbero allietato le sue ore trascorse in casa. E avrebbe potuto ammirare diverse opere d’arte antica e contemporanea, o cimentarsi negli esperimenti scientifici proposti dal direttore del Museo Scuola “Achille Sannia.”

E, non paga di tutto ciò, si sarebbe goduta gli insoliti giardini affacciati sul torrente San Marco e il suo piccolo, intimo anfiteatro di pietra che, più volte, negli anni, è diventato piacevolissima sede di concerti, spettacoli teatrali ed eventi culturali di vario genere.

La beghina, quindi, avrebbe avuto un bel daffare a Casa Sannia e, magari, visto il variegato patrimonio culturale a disposizione, sarebbe diventata un’organizzatrice di eventi ante-litteram.

(dalla Scena 3 de La Città della Cometa)

Casella 19

Scene da un matrimonio del Presepe 2008 (ph. Mimì Vignone)

In queste piazzette del centro storico, a far rivivere la vivace atmosfera del passato, almeno in parte e per un po’ di tempo ci pensa il Presepe nel Presepe con i figuranti che riaprono botteghe e rianimano mercati, e con i visitatori che per due giorni invadono il borgo, quando “…la terra che ha visto il noviziato di Padre Pio e la sua ordinazione sacerdotale, ricicla ogni angolo dei quartieri dove il presepe vivente si rappresenta, fondendo la storicità dei tempi più lontani alla memoria dei tempi più vicini. Alcuni aspetti del mondo che si rievoca erano ancora presenti prima del secondo conflitto mondiale. La naturalezza dei luoghi e dei personaggi è sorprendente, ed è per questo che affluisce tanta gente: Morcone è Betlemme che richiama l’umanità intera.

Ognuno interpreta se stesso e la propria vita lavorativa, viene proposta l’opera di maestri artigiani che avevano a bottega tanti garzoni e ricavavano dalle loro opere il necessario per sopravvivere. È uno spaccato di vita sannita che viene riproposto ai visitatori: copricapo e tuniche sembrano un fardello inutile su quei personaggi che potrebbero benissimo indossare coppole e mandasini”.

Nelle parole del presidente storico del presepe vivente – ora non più in carica –  troviamo tutta l’importanza ed il senso della manifestazione: rappresentare quanto avvenuto nella Betlemme dell’Anno Zero ma offrire, al contempo, piccoli scorci di storia morconese.

Il legame di questa manifestazione col territorio, dunque, è molto forte: essa è intimamente connessa alle sue pietre, ai suoi luoghi, al suo passato ma anche e soprattutto alla sua gente. I tantissimi partecipanti, ogni inizio dell’anno nuovo, aprono l’album dei ricordi e lo mostrano, fieri, ai visitatori. Ognuno diventa narratore e racconta qualcosa di sé e del proprio passato, e le storie si moltiplicano. Ognuno è protagonista ed ha l’onore ma anche l’onere della buona riuscita di un faticoso ma gratificante lavoro corale.

Quest’anno il comitato del Presepe nel Presepe si è rinnovato quasi interamente. Colgo l’occasione per augurare buon lavoro ai nuovi membri del direttivo, e lo faccio nella persona del neo eletto presidente Domenico Pietrodangelo.

Per me è molto più di un augurio sentito: è un pezzo di storia personale e familiare che si intreccia con quella dell’amatissima manifestazione morconese: è un’emozione bellissima, nuova e da sempre nota allo stesso tempo.

PS: chi non mi conosce personalmente si starà chiedendo il perché di questo mio ultimo pensiero. È presto detto: il presidente storico dell’Associazione, ora non più in carica, è Bruno La Marra, mio padre; il presidente attuale è Domenico Pietrodangelo, mio zio. Eh sì, il presepe è una questione di DNA!

Casella 20

Mafalda, opera del laboratorio artistico La Scarabattola di Napoli (foto da archivio)

Percorrendo la cosiddetta Panoramica e imboccando un sentiero immerso nel verde, si arriva ad una piccola e scenografica cascata sormontata dal Ponte della Vedova. Secondo la leggenda si chiama così perché venne fatto costruire da una donna che aveva perso l’unico figlio e il marito pastore che, nel tentativo di guadare il fiume in quel tratto, erano stati travolti dalle acque. Un’altra versione della leggenda narra, invece, che un’altra donna, anch’ella rimasta vedova, si sia gettata dal ponte per trovare morte certa in quel luogo di pace.

Nessuna delle due protagoniste delle leggende succitate avrebbe potuto immaginare che, in quello stesso luogo, durante le 12 notti del Natale il loro destino si sarebbe potuto incrociare con quello di un’altra sventurata, vittima anch’ella di un destino crudele.

È notte ma riusciamo lo stesso a scorgere ai piedi del ponte una sagoma scura: è una donna riversa a terra, esanime. Si tratta di Mafalda Cicinelli, una principessa costretta dal padre a prendere il velo monacale ma che amava, riamata, un paggio. I due, ahimè, si danno appuntamento presso il ponte la notte di Natale ma il padre di lei, saputo dell’incontro, la precede e uccide il malcapitato, tagliandogli di netto la testa. Mafalda giunge sul luogo dell’appuntamento e, stravolta, raccoglie la testa dell’amante e se la pone in grembo prima di conficcarsi un pugnale nel petto, all’altezza del cuore straziato: non poteva continuare a vivere senza di lui. Si racconta che da allora il fantasma della suora suicida per amore appaia tutte le notti di Natale presso un ponte: a Napoli si dice che sia quello della Maddalena, a Morcone io l’ho immaginata presso il ponte dove, come abbiamo visto, altre due infelici avevano perso l’amore o la vita. Un luogo ameno che però, nel mio racconto, si tinge di rosso sangue e lega la vita di più donne in un unico, tragico destino”.

(dalla Scena 2 de La Città della Cometa)

Casella 21

La formica disegnata dalla mia piccola e talentuosa amica Lara.

La formica (senza la cicala)

C’era una volta una formica intelligente, capace, laboriosa. Piccola com’era aveva le idee chiare sul suo futuro, valori imprescindibili a farle da guida ed obiettivi importanti da raggiungere: per rispettare i primi e perseguire i secondi si impegnava giorno dopo giorno, dando il meglio di sé, studiando con passione e profitto. Non amava il bosco dove viveva, non era a sua misura: troppo grande, troppo disordinato, troppo anarchico. Ma sapeva che un giorno se ne sarebbe andata da lì e, infatti, finiti gli studi scappò via e intraprese una carriera che, era sicura, le avrebbe fatto conoscere tanti altri animali, delle specie più diverse, ma sicuramente appassionati, motivati e in gamba almeno quanto lei. I capi, poi, lo sarebbero stati ancora di più, sennò che capi erano? Iniziò a collezionare un’esperienza dopo l’altra, tutte interessanti e formative ma…iniziarono i ma.

Ci fu, per esempio, quella volta in cui aveva ragione, era esattamente come diceva lei, ma figuriamoci se potevano ascoltarla, una formica minuscola e così giovane come lei, al cospetto di tanti convintissimi ed espertissimi vecchi quadrupedi! Un’altra volta, poi, aveva avuto proprio un’ottima idea, risolutiva, perfetta, ma il gufo e il lupo, intoccabili capi tronfi e narcisi, come avrebbero potuto darle retta? Era solo una femmina! E negli uffici accanto al suo, quante cicale scansafatiche, volpi bugiarde, iene pronte all’agguato, grilli saccenti! Beh, non era quello il posto giusto per lei. Eppure il bosco in cui era andata a vivere sembrava bellissimo, in linea con i suoi ideali…ma niente da fare, non poteva rimanere.

La formica non era perfetta, per carità, lo sapeva bene, ma era leale, onesta, coerente, questo sì. E proprio non si capacitava di come andassero le cose nei boschi che aveva abitato: sembrava che funzionasse tutto al contrario… o era lei che non capiva più niente?

Cambiò lavoro, e mica una volta sola! Fino a quando non sentì che lì, in quel posto preciso, il suo fare aveva un senso, i suoi sforzi andavano nella direzione giusta. Certo, a fine mese i chicchi nel granaio erano decisamente meno di prima, ma si sentiva serena ed appagata. Non aveva ancora capito come era possibile che, tra i vari abitanti del bosco, ci fossero così tanti animali sciatti, disinteressati, senza amor proprio, ma stava imparando a tener conto solo delle altre formiche come lei: a ben guardare, non erano mica poche! Erano piccole, alcune piccolissime, quindi non si vedevano facilmente ma c’erano e, giorno dopo giorno, lavoravano alacremente insieme a lei. Niente sotterfugi, niente bugie ma fiducia reciproca e tanta voglia di impegnarsi. Ognuno conosceva il valore dell’altro, ne rispettava il lavoro e si cresceva insieme, nel confronto continuo.

…e tutti vissero felici e contenti? Mah, non credo nelle favole, ma nel rispetto reciproco sì, ciecamente. E quello, finalmente, c’era.

Che c’entra questa storia col Natale? È presto detto: le “formiche” così sono un bene prezioso, per ognuno di noi e per l’intera società. Questa storiella è dedicata ad una di loro in particolare: è un’amica – dono, nel senso che è un vero regalo della vita averla incontrata e sapere che c’è fa bene al cuore.

E un regalo è ancora più bello quando si condivide, no? Soprattutto a Natale, quando lo si trova seguendo la Cometa, nascosto dietro una casella del calendario dell’Avvento.

Casella 22

Nei pressi dello Storico Bar, lungo l’antica Via dei Caffè. (ph. Marino Lamolinara)

Attorno alla piazza e nell’attigua Via dei Caffè – oggi parte di Corso Italia- c’erano, e ci sono stati fino alla metà del secolo scorso, diversi bar, attività commerciali o di artigianato.

Oggi, a testimoniare la frenesia di un tempo, rimangono qualche negozio e un paio di botteghe che, in determinate occasioni, riaprono i locali dove si svolgono i mestieri di un tempo: a dare senso all’antico ed elegante nome della strada ci pensa un bar “storico” – di nome e di fatto, continuando la tradizione di caffè già esistenti nel passato – diventato, nel tempo, un punto di aggregazione per i pochi abitanti della zona e per i numerosi “morconesi d’austo” che popolano il centro storico d’estate, soprattutto, appunto, ad agosto.

È un importantissimo baluardo di vitalità…” e un prezioso alleato della Città della Cometa: sì, perché colui che anima lo “STORICO BAR” ha regalato i colori alle mie suggestioni fatte di parole e le ha rese ancora più vivide.

Grazie, grazie, grazie a Marino Lamolinara

E so per certo di dirlo anche a nome di tutti voi lettori! 😊

Su LA CITTADELLA di questo mese e sulle pagine del blog potete leggere la Scena 5 della mia rubrica, da cui sono tratte le poche righe postate: vi troverete il nostro Santuario, Piazza San Bernardino, il “pastore che fa i pastori” e …la fine del nostro viaggio. Ma è ancore presto per i saluti, manca ancora qualche giorno a Natale!

Casella 23

Un’affollata scena di un presepe a firma Scarabattola (collezione privata, foto da archivio)

Sir John Brennox, alias Papa Giovanni Paolo III nella serie “The New Pope” di Paolo Sorrentino, passeggiando nelle Catacombe con Sophie, l’arguta responsabile della comunicazione del Vaticano, le confessa che è diventato prete perché la religione è una straordinaria narrazione, è una storia dall’incredibile successo in quanto Dio è il protagonista più popolare di sempre. E la cosa più interessante di questo racconto è che indaga incessantemente sul mistero più grande di tutti, la natura dell’uomo.

Difficile non essere d’accordo con il raffinato “pontefice”. E, se tanto mi dà tanto, mi viene da pensare che non può essere meno di successo una narrazione parallela, quella della nascita del figlio di Dio, Gesù.

Dunque, il presepe, nello specifico quello napoletano. (…)

Il mio racconto seguirà un copione particolare, quello scritto – o meglio, ri-scritto- da un gruppo di autori contemporanei, i fratelli Scuotto de La Scarabattola di Napoli il cui lavoro, che da svariati anni è anche parte del mio, porta avanti questa antica arte legata alla tradizione partenopea con sguardo moderno, reso ancora più interessante da una continua ricerca di forme e contenuti. A partire da ciò, il collettivo in questione mette insieme le due anime del presepe napoletano: quella cortese, che affonda le radici nel Settecento, sfarzosa, caratterizzata da una cura maniacale per i dettagli e per la finezza della lavorazione (tanto nella scultura quanto nei costumi e nella preziosa oggettistica) e quella popolare, povera nella manifattura ma ricca di simbologia, storie e tradizioni.

Per semplificare: se da una parte abbiamo il celebre e sontuoso Presepe Cuciniello e dall’altro quello povero ma “pieno di devozione” di Natale in casa Cupiello; se da una parte c’è sfoggio di ricchezza e potere e dall’altra enfasi religiosa e antica cultura popolare, dalla loro gli Scuotto ci mostrano che esiste una terza via, quella che mette insieme, che rende completa la narrazione: il presepe de La Scarabattola.

Partendo dalla ricchissima tradizione del Settecentesco che hanno fatto propria, quindi, questi artisti la onorano, innovandola, e la rendono contemporanea: consapevoli della forza comunicativa del presepe, ancora intatta dopo secoli, raccontano l’oggi all’uomo di oggi. Sarebbe riduttivo, infatti, considerare il presepe solo come memoria della nascita divina in quanto è e deve essere molto di più: uno specchio per il presente, un monito e un auspicio per il futuro.

Riassumendo: mantenendo inalterata la forma, quindi l’estetica del presepe cortese, i contenuti si arricchiscono con le storie, i personaggi, le simbologie legati al presepe popolare, a cui si aggiunge il racconto del presente”.

L’introduzione dell’articolo scritto per il Giornale di Kinetès dello scorso ottobre è il modo migliore per presentare un altro pezzetto della Città della Cometa, quello fatto di terracotta, ferro filato, stoppa e stoffe preziose: i pastori de La Scarabattola di Napoli che, nel mio racconto, hanno dato un volto a Benino, a Mafalda, alla Cardalana. I vari personaggi del presepe napoletano di cui vi ho parlato hanno assunto le sembianze delle opere nate nel cuore del centro storico partenopeo, nel laboratorio artistico con cui da tempo collaboro – e di cui potete leggere anche qui-  e che, negli anni, è diventato un’eccellenza ed un punto di riferimento nel settore dell’arte presepiale. Oltre ad offrirmi, evidentemente, l’ispirazione per la mia rubrica.

Casella 24

LA CITTADELLA di dicembre e l’ultimo appuntamento della rubrica.

Cari lettori, il viaggio nella Città della Cometa termina qui.

Vi ringrazio per avermi seguito in questo racconto inusuale della nostra Morcone: è stato emozionante percorrere insieme strade conosciutissime osservandole con sguardo nuovo.

Sguardo che, evidentemente, è frutto del mio essere napoletana d’adozione da circa metà della mia vita: non solo perché ho parlato di presepe, quest’arte antica ma sempre attuale che, da svariati anni, è parte del mio lavoro, ma anche per la struttura del racconto, in cui l’incontro di elementi diversi finisce col costruire un’unica narrazione che, spero, abbia appassionato voi nel leggerla quanto ha appassionato me nello scriverla.

È qualcosa di tipicamente napoletano, credo: mescolare per arricchire, stratificare per non perdere, unire per dare, paradossalmente, più valore ancora ad ogni singolo elemento. È qualcosa che entra dentro, a quanto pare, e se non lo fa dovrebbe essere insegnato: perché mettere insieme piuttosto che separare non sia solo il modo di costruire un bel racconto ma diventi una pratica quotidiana, da applicare sempre, in ogni ambito della vita.

La descrizione di Morcone non è stata esaustiva, non sarebbe potuto esserlo. Prima di tutto perché un luogo si può raccontare in infiniti modi, utilizzando svariate chiavi di letture, perseguendo mille finalità diverse, proponendo tanti possibili itinerari e, per forza di cose, tralasciandone altri. E poi perché il racconto è sempre una scelta e, quindi, offre una certa visione e accompagna lo sguardo verso una data direzione: la città della cometa ha scelto di unire la scoperta di un borgo a quella di un’arte antica, che parla dell’uomo all’uomo.

I pastori in terracotta, che si sono mescolati a quelli in carne e ossa del presepe vivente, hanno offerto un piccolo spaccato dell’animo umano, prima ancora che l’opportunità di conoscere il borgo in cui hanno agito. O, meglio, hanno cercato di offrire l’uno e l’altra, contemporaneamente.

Ma ci risentiremo: La Città della Cometa, infatti, diventerà un libro – e ne sono felicissima!-  pubblicato per i tipi Kinetès Edizioni.

Allora a presto e auguri sinceri di Buon Natale!

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