Il Selvaggio, di Guillermo Arriaga

Il Selvaggio, di Guillermo Arriaga (ed. Bompiani, 2018)

Potente, a tratti feroce, imperdibile.

È un’ode alla vita intrisa di sangue e morte che cattura il lettore in una spirale così stretta da togliere il fiato.

“Spesso sogno quell’immagine della mia famiglia al risveglio da quella siesta. È stata l’ultima volta che li ho visti insieme. Nel corso dei successivi quattro anni sarebbero morti tutti. Mio fratello, i miei genitori, mia nonna, i parrocchetti, King. (…) Morte e poi morte poi altra morte.”

Fine anni ’60, Messico profondo: prima ancora che Juan Guillermo nascesse con un cesareo d’urgenza, prematuro, suo fratello gemello muore nell’utero della madre. Da allora l’ombra della morte non lo abbandona, trascinandolo in una morsa di lutti, violenza e vendetta la cui crudeltà a volte lo travolge, altre lo coinvolge ma che, nonostante tutto, non riesce a piegare il suo spirito indomito e fiero.

Conoscerà l’odio, quello cieco alimentato da un manipolo di delinquenti che agiscono in nome di un dio (sì, scritto con la lettera minuscola) a cui, in una delle pagine più toccanti del romanzo, Juan Guillermo chiederà conto di tutto. Ma c’è posto anche per l’amicizia fraterna degli amici di sempre, per l’aiuto disinteressato e sincero di chi condivide la sua stessa condizione di orfano, per un amore tenerissimo quanto doloroso a cui il protagonista si aggrappa con forza per tornare a vivere dimenticando il passato. Perché, dice, “mi è chiaro che sarà la vita –non la morte- a guidare le mie decisioni. Darò la vita per la vita, sempre per la vita.”

In parallelo corre la vicenda di Amaruq, un cacciatore il cui destino si lega indissolubilmente a quello di Colmillo, un lupo a cui egli dà la caccia nei boschi dello Yukon.

La storia di Colmillo, il lupo selvaggio, si intreccia a quella di Juan Guillermo, colui che, nato prima del tempo, è rimasto in una condizione intermedia tra l’uomo e l’animale, colui che non si fa soggiogare, colui che vuole essere “il Selvaggio”: le due storie si incrociano, tra destini inevitabili e forze primordiali, in una narrazione resa avvincente da una scrittura asciutta, mai enfatica ma ricca di pathos, e da scelte stilistiche sorprendenti ed efficaci che fanno di Guillermo Arriaga un narratore di rara intensità e originalità.

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