Il Presepe Favoloso dei fratelli Scuotto

presepe
IL Presepe Favoloso, scena della Natività. Ph. Massimiliano Ricci

Quale amante del presepe napoletano non conosce il sontuoso Cuciniello? E sfido chiunque a non aver mai visto la scena dell’indimenticato Eduardo De Filippo che costruisce il suo presepe con l’attenzione e la dedizione di un bambino, noncurante del “…e buttec quatt’ pastur acopp, come vanno vanno!”

Tra i fasti del primo e la povertà ricca di devozione del secondo esiste, da 25 anni, una terza via, quella tracciata e percorsa da un collettivo artistico appassionato, coraggioso, addirittura sfrontato, in cui la memoria del passato si unisce alla voglia di rendere più viva che mai una tradizione secolare, travolgendola con la forza irrefrenabile di chi ha acquisito talmente tanta dimestichezza con l’arte presepiale da potersi permettere di accostare un seducente Diavolo dalla pelle d’ebano al piccolo Gesù che nasce poco più in là, una donna nuda dietro le grate di una finestra ai chiassosi venditori del mercato nel vicolo. E pure di mettere insieme un omaggio ad un capolavoro di Bruegel con pezzi sparsi dell’immenso patrimonio favolistico del Sud Italia.

Questa terza via è un presepe favoloso. Questa terza via è il Presepe Favoloso de La Scarabattola dei fratelli Scuotto.

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Il Presepe Favoloso de La Scarabattola, ph. Massimiliano Ricci

Un fanciullo dorme beato in una piccola spelonca al lato del poderoso scoglio fatto a immagine e somiglianza del Rione Sanità, opera dello scenografo Biagio Roscigno. È Benino, il personaggio inaspettatamente più importante del presepe che, dormendo, lo sogna e così gli dà vita. È lui che ci accompagna nel tortuoso e notturno viaggio verso la Luce e che, giungendo davanti al Bambino, rimane senza parole e si trasforma nel Pastore della Meraviglia. Proprio quello che vedete di spalle, davanti alla sacra coppia.

Sotto Benino ci sono gli immancabili pescatore e cacciatore, a ricordarci le prime due attività grazie alle quali l’uomo si è sostentato: la pesca e la caccia. E poi il mare, quello di Posillipo, dove dimora un feroce mostro dalle sembianze di Medusa ma con la coda di pesce: è Mamma Sirena, protagonista di uno dei Racconti per i 12 giorni di Natale di Roberto De Simone.

Mamma Sirena, ph. Massimiliano Ricci

Furtunato tene ‘a rrobba bella / E pe’ chesto adda alluccà…Furtunato tene a rrobba bella, nzogna nzogna!”…sembra di sentire dal vicino mercato, ricco dei migliori frutti che possono offrire i 12 mesi dell’anno, impersonati proprio dagli altrettanti pastori che lo animano. Ma su di loro incombe una tetra presenza, anzi due, addirittura una processione di incappucciati: incursioni di personaggi terrifici che ci ricordano che il Natale precristiano era impastato di paura ancestrale, di quella che toglieva il fiato perché faceva temere che addirittura la luce, e con essa la vita, stesse per finire.

Dopo aver incontrato animali esotici e splendide regine accorse dall’altra parte del mondo, si torna di nuovo a Napoli, e nel migliore dei modi. Si incontra ancora Eduardo, ma stavolta del suo amato presepe ne è parte, poi Totò, e Maradona: uno scugnizzo tra tanti, o forse no. Palleggia con un’arancia, ma come fa? Come tutti i bambini che credono fortissimamente nel proprio sogno e lo realizzano. Ancora un simbolo, forse il più bello di tutti.

Non siamo ancora giunti davanti alla grotta divina, c’è ancora tanta oscurità da attraversare: come quella che attanaglia il cuore dell’oste, redento dall’amore del santo dei bambini, San Nicola.

Lì, sulla sinistra, c’è Razzullo: la penna secentesca del Perrucci ha incontrato l’arte di Peppe Barra, ed ora eccolo là, ad adorare il Salvatore insieme al paggetto ritrovato tra gli affreschi della cripta accanto.

E ancora una zingara, a ricordare a Maria che quel figlio che tiene in grembo lo perderà in un modo atroce.

Ma ora è tempo di glorificare il Dio Bambino, insieme agli angeli che sovrastano il tempio diroccato che ci suggerisce che l’unico vero Dio sconfigge tutti i falsi dei del passato.

Il viaggio è finito, o forse è appena cominciato. Ci sono troppe storie ancora da scoprire, troppi racconti ancora da ascoltare, troppi simboli nascosti tra il muschio e le colonne crollate.

Ma non c’è fretta, abbiamo tutto il tempo per conoscerli uno ad uno. Sono lì per essere tramandati ancora e ancora, affinché non muoiano. Sono lì come le pagine di un libro che parla all’uomo dell’uomo e racconta delle sue virtù, dei suoi vizi, delle tenebre più profonde dell’animo che però sanno farsi Luce. Perché il presepe, lungi dall’essere solo una mirabile rappresentazione della nascita di Gesù, è soprattutto uno straordinario affresco dell’umanità. La simbologia, i significati evidenti o più nascosti – quelli che si svelano solo all’occhio più attento – tutti i personaggi che lo animano raccontano il passato quanto il presente e, nello stesso tempo, diventano monito e auspicio per il futuro.

E sì, il presepe è speranza, è la vittoria del Bene contro il Male, è la sconfitta del buio profondo. Ma il Presepe Favoloso è anche, e forse prima ancora, un inno alla Napoli che ha incantato il mondo e che continua a farlo. È un compendio della sua cultura, della sua storia, della sua unicità; è il racconto di una città che ha ancora tanto da dire e lo fa con la baldanza e il carisma dei fuoriclasse.

Nella sagrestia della Basilica di Santa Maria della Sanità ci si trova faccia a faccia con un’opera imponente, suggestiva, monumentale.

E grazie alla struttura che lo accoglie come uno scrigno (il cui progetto e coordinamento realizzativo è a cura degli architetti Nicola Flora, Francesca Iarrusso e Domenico Rapuano), il Presepe Favoloso pare fluttuare come un sogno. Il più bel sogno di Benino.

Info

Il Presepe Favoloso

Il mondo sospeso della Scarabattola al Rione Sanità

Sagrestia della Basilica di Santa Maria della Sanità

P.zza Sanità, 14 – Napoli

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