LA CITTÀ DELLA cometa (Scena 1, parte 2)

Scena 1, parte 2

(…segue…)

L’incontro col pescatore

Centro storico: stradine di pietra bianca locale (elemento, questo, molto diverso dal tipico tufo giallognolo che si ricrea sul presepe napoletano); scale e scorci insoliti, vicoli, piazzette, strettoie; poi Porta San Marco, l’unica rimasta intatta degli antichi sei varchi d’accesso al paese e più avanti, inaspettatamente, un panorama mozzafiato. Sì, perché imboccando la porta, come a voler uscire dal paese, ci si trova di fronte ad un maestoso presepe a grandezza naturale con il nostro imponente “scoglio” che, stavolta visto da valle, lascia senza fiato.

Il nostro imponente scoglio durante “Il Presepe nel Presepe” (ph. Mimmo Salierno)

Vista da oriente e in lontananza, la Prece incute paura, ma incuriosisce; vista da S. Salvatore fa venire la pelle d’oca e costringe ad indietreggiare; vista dal torrente San Marco, dove scende a precipizio, raggela il sangue e costringe all’ammirazione di una natura piena di fascino” (La “Nostra Morcone”, vol. secondo, di Tommaso Lombardi).

Ai piedi dell’imponente costone roccioso scorre il Torrente San Marco: impetuoso durante i rigidi inverni, più placido quando la portata dell’acqua diminuisce nelle calde estati di collina, è il luogo dove gli spettatori del nostro presepe vivente incontrano un altro protagonista della sacra rappresentazione, il pescatore. Al di là dell‘interpretazione del nostro eroico figurante, che ai primi di gennaio sopporta temperature ben più rigide di quelle che troverebbe a Betlemme, questa figura, in coppia e nello stesso tempo in opposizione al cacciatore, rappresenta le due più antiche attività con cui l’uomo si è assicurato la sussistenza, la caccia e la pesca. I due sono anche la rappresentazione del ciclo morte-vita, giorno-notte, estate-inverno. Questi personaggi, inoltre, rispettando i rigidi dettami della tradizione, sono collocati in posizioni ben precise e, ancora una volta, contrapposte: in alto troviamo il cacciatore e in basso il pescatore, ad indicare l’attinenza dell’uno alla sfera celeste e dell’altro al mondo infero.  

Giunti a questo punto, molti di voi penseranno che il presepe napoletano è un intricato ginepraio di simboli e significati, una compresenza di opposti che assume, a tratti, le sembianze di un labirinto in cui è facile perdersi: è proprio vero, ma non è forse anche questo che lo rende così interessante?

Il mulino Florio

Abbiamo ammirato la Prece in tutta la sua imponenza e ora, sulla sponda rocciosa del torrente, una piccola costruzione nella ormai nota pietra bianca morconese attira la nostra attenzione: è il Mulino Florio, un mulino ad acqua utilizzato abitualmente, in epoche passate, per la molitura del grano.

Il Mulino Florio (ph. Marino Lamolinara)

Morcone, ricco di corsi d’acqua, ne ospitava diversi sul suo territorio tanto che, di questa fiorente attività c’è traccia anche nella toponomastica del paese: basti pensare alla via dei Mugnai, nella parte alta del borgo, che testimonia la presenza di una corporazione artigiana molto importante per l’economia della zona.

La storia del nostro mulino è legata alla famiglia Florio da cui prende il nome, proprietaria della struttura dal 1780: caduto in rovina, dopo un accurato restauro terminato nel 2005, è stato affidato all’Associazione Il Presepe nel Presepe che, con passione e pazienza, ha restituito al fabbricato la sua funzione originaria. Così, in inverno, quando la portata d’acqua del torrente riesce ad azionare la ruota orizzontale del mulino, si torna a macinare a pietra grani antichi come il Saragolla, il Senatore Cappelli e il grano Autonomia, restituendo alla comunità tutta non solo la memoria storica del luogo ma anche i sapori antichi e quasi dimenticati ad esso indissolubilmente legati.

Anche il mulino, come ormai immaginiamo, non è un semplice elemento del paesaggio ma racchiude in sé diversi significati. In primis, il movimento continuo della ruota rimanda all’idea del tempo che passa e ciclicamente ricomincia: durante le festività natalizie un anno sta per finire ma un altro sta per iniziare. Come la ruota gira, così il tempo si ripete. La macina del mulino, poi, schiaccia i chicchi di grano e li trasforma in farina bianca, colore legato ad un’antica simbologia della morte; ma, nello stesso tempo, dalla farina si ottiene il pane, nutrimento per l’uomo, quindi vita, e lo stesso Salvatore che nasce è definito “pane di vita”.

il Torrente San marco (ph. Marino Lamolinara)

Vita e morte, inizio e fine e la ciclicità del tempo che si ripete, tutto rappresentato da un mulino, una ruota, un mucchietto di farina: che sorprendente capacità evocativa ha il presepe!

La presenza dell’acqua, che sia di torrente o di lago, o anche quella di un pozzo, ci rimanda ad altri luoghi e personaggi del presepe e del nostro borgo. Come il Ponte della Vedova, costruito nella seconda metà del XVII secolo sopra le acque cristalline che collegano…ma questa è un’altra scena, ci toccherà aspettare.

(…fine)

(da LA CITTADELLA, luglio-agosto 2020)

(continua a leggere, Scena 2)

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.