Di chi “scorcia la barba al Padre Eterno, rifà il naso alla Madonna, cangia il fiore sulla mazzarella di San Giuseppe”.

Il presepe napoletano de La Scarabattola tra teatralità, tradizione e innovazione.

Sul Giornale di Kinetès di ottobre 2020 trovate il mio articolo a pag. 42,

in basso la trascrizione integrale.

Buona lettura!


Di chi “scorcia la barba al Padre Eterno, rifà il naso alla Madonna, cangia il fiore sulla mazzarella di San Giuseppe”. Il presepe napoletano de La Scarabattola tra teatralità, tradizione e innovazione

La teatralità del presepe

Sir John Brennox, alias Papa Giovanni Paolo III nella serie “The New Pope” di Paolo Sorrentino, passeggiando nelle Catacombe con Sophie, l’arguta responsabile della comunicazione del Vaticano, le confessa che è diventato prete perché la religione è una straordinaria narrazione, è una storia dall’incredibile successo in quanto Dio è il protagonista più popolare di sempre. E la cosa più interessante di questo racconto è che indaga incessantemente sul mistero più grande di tutti, la natura dell’uomo.

Difficile non essere d’accordo con il raffinato “pontefice”. E, se tanto mi dà tanto, mi viene da pensare che non può essere meno di successo una narrazione parallela, quella della nascita del figlio di Dio, Gesù.

Dunque, il presepe, nello specifico quello napoletano.

Un aspetto sul quale mi soffermerò nel parlarne è l’intrinseca teatralità della rappresentazione plastica della nascita di Gesù, talmente evidente che sarebbe più difficile volerla smentire piuttosto che dimostrare: non sono pochi, infatti, gli studiosi che considerano questa tradizione una derivazione delle sacre rappresentazioni liturgiche, tenute in chiese o confraternite a partire dall’Alto Medioevo, di cui sarebbero “una versione minuscola, raccolta, casalinga1. Nel corso del tempo, seguendo alterne e complesse vicende, queste messinscene sono diventate un racconto sempre più articolato, in cui non trovavano posto solo le vicende sacre ma anche personaggi popolari e del mondo contemporaneo, dando vita, tappa dopo tappa, a quella trasformazione il cui risultato è il presepe napoletano come lo conosciamo ora.

Questa brevissima e sommaria premessa ci aiuta ad entrare immediatamente nel vivo della nostra discussione, dove ci aspetta, e freme dalla voglia di essere raccontata, una rappresentazione variegata di umanità, di ceti sociali differenti, di scorci di vita quotidiana: una vivacissima mescolanza di storie e tradizioni, sacro e profano che è chiassosa pur essendo senza suoni, è straripante di vita pur essendo fatta di materia inanimata. Seppur di terracotta, i pastori si muovono, agiscono, vivono e, come se fossero attori, stanno su un palcoscenico, recitano una parte, raccontano una storia: in sostanza, fanno teatro.

Il mio racconto seguirà un copione particolare, quello scritto – o meglio, ri-scritto- da un gruppo di autori contemporanei, i fratelli Scuotto de La Scarabattola di Napoli il cui lavoro, che da svariati anni è anche parte del mio, porta avanti questa antica arte legata alla tradizione partenopea con sguardo moderno, reso ancora più interessante da una continua ricerca di forme e contenuti. A partire da ciò, il collettivo in questione mette insieme le due anime del presepe napoletano: quella cortese, che affonda le radici nel Settecento, sfarzosa, caratterizzata da una cura maniacale per i dettagli e per la finezza della lavorazione (tanto nella scultura quanto nei costumi e nella preziosa oggettistica) e quella popolare, povera nella manifattura ma ricca di simbologia, storie e tradizioni.

Per semplificare: se da una parte abbiamo il celebre e sontuoso Presepe Cuciniello2 e dall’altro quello povero ma “pieno di devozione” di Natale in casa Cupiello; se da una parte c’è sfoggio di ricchezza e potere e dall’altra enfasi religiosa e antica cultura popolare, dalla loro gli Scuotto ci mostrano che esiste una terza via, quella che mette insieme, che rende completa la narrazione: il presepe de La Scarabattola.

Partendo dalla ricchissima tradizione del Settecentesco che hanno fatto propria, quindi, questi artisti la onorano, innovandola, e la rendono contemporanea: consapevoli della forza comunicativa del presepe, ancora intatta dopo secoli, raccontano l’oggi all’uomo di oggi. Sarebbe riduttivo, infatti, considerare il presepe solo come memoria della nascita divina in quanto è e deve essere molto di più: uno specchio per il presente, un monito e un auspicio per il futuro.

Riassumendo: mantenendo inalterata la forma, quindi l’estetica del presepe cortese, i contenuti si arricchiscono con le storie, i personaggi, le simbologie legati al presepe popolare, a cui si aggiunge il racconto del presente.

Vediamo come si scrive un copione così avvincente, iniziando dal backstage.

Presepe, La Scarabattola (ph. Paola Tufo)

Dietro le quinte

La bottega d’arte La Scarabattola3 nasce nel 1996 dall’impegno e dalle idee dei fratelli Salvatore, Emanuele e Raffaele Scuotto a cui, negli anni, si sono aggiunti vari collaboratori, tra cui le rispettive mogli e le sorelle. Dietro le quinte di quello che immagineremo essere un teatro, il lavoro inizia sul banco dei due scultori, Emanuele e Salvatore, che creano gli attori dando loro vita a partire dall’argilla: come fa notare Niola, quello dello scultore presepiale è un ruolo demiurgico, in quanto, in sostanza, “si tratta di fabbricare il sacro, di dargli volto e corpo domestici. È stato opportunamente notato che solo nella Napoli del Settecento poteva capitare con tanta facilità a semplici uomini di scorciare la barba al Padre Eterno, rifare il naso alla Madonna, cangiare il fiore sulla mazzarella di San Giuseppe4. Capitava nel Settecento e capita ora, nelle botteghe degli eredi dei figurinai dell’epoca.

Testa, mani e piedi, una volta modellati, devono passare al “trucco e parrucco”: ci pensa la pittrice, Nicoletta, a donare l’incarnato delicato alle Madonne, le gote rosate agli angeli e ai puttini, le mille sfumature ai riccioli castani delle danzatrici.

Occorre, poi, dar loro un corpo, nello specifico di ferro filato e stoppa, e pure ben vestito: la sartoria è il regno di Anna e Susi che colorano la stoffa, tagliano e cuciono in dimensioni lillipuziane, applicano preziose passamanerie e ricamano minuscoli arabeschi sugli abiti di scena.

È il momento del debutto sul palcoscenico: lo scoglio, ovvero la struttura in sughero e legno che rappresenta la base su cui poggia l’intero presepe e che ne rappresenta la scenografia – irreale ma verosimile- è pronto ad accogliere la compagnia, ma senza prove generali: il regista ha ben chiare la parti di ognuno dei personaggi e loro, il copione da recitare lo conoscono molto bene.

Non a caso “commediografi, nel senso più schietto e adorabile della parola. Così Renato Simoni definiva i figurinai napoletani che erano stati capaci di creare intorno alla poesia del Natale «una gaia e meravigliosa commedia meridionale, con una indescrivibile varietà di personaggi tipici, spiranti da ogni tratto la vita»5 . Lo stesso Michele Cuciniello, poliedrica personalità ottocentesca, laureato in architettura, drammaturgo e collezionista di pastori napoletani del Settecento, nell’atto di donare il suo famoso presepe al Museo di San Martino di Napoli, volle occuparsi personalmente dell’allestimento dello stesso ben sapendo, da esperto uomo di teatro quale era, il valore della “regia” nella messinscena presepiale per quello che, altrimenti, non sarebbe stato un racconto, una rappresentazione, ma solo un insieme di belle opere in mostra6 .

La prima dello spettacolo avviene nell’atelier, dove Raffaele, tra storia e tradizione, presenta la recita degli attori che si esibiscono davanti ad un pubblico esterrefatto.

Poi iniziano le tournée, nelle case degli appassionati acquirenti, per spettacoli privati, ma anche in giro per il mondo, su palcoscenici internazionali: il Palazzo Reale di Madrid, nel 2001, ha completato il suo Presepe del Principe con 147 pastori realizzati dagli allora giovanissimi -e alle primissime armi- fratelli Scuotto.

Nel 2015, in occasione del Giubileo indetto da Papa Francesco, un presepe è partito dai laboratori di via Nilo alla volta di New York: era stato scelto come strumento per raccontare la Misericordia (tema di quell’Anno Santo) ai fedeli americani. In tempi più recenti, i frati francescani della Custodia di Terrasanta, a Gerusalemme, hanno scelto un loro presepe per raccontare, proprio nei luoghi dove sono avvenuti, i fatti della nascita di Gesù.

Questo a riprova che, a diverse latitudini e in contesti sociali e culturali differenti, il linguaggio del presepe è ancora in grado di comunicare, con forza e chiarezza a volte davvero inaspettate. Proprio come il miglior teatro.

Prima della vestizione (ph. Sergio Siano)

Il mondo sospeso

Conosciuto il lavoro di bottega, occupiamoci ora di ciò che possiamo vedere sul palcoscenico, ponendo l’accento su cosa vuol dire “innovare la tradizione” per gli Scuotto.

Nel protovangelo di Giacomo viene descritto l’attimo in cui nasce Gesù come la visione di un mondo sospeso, in cui tutto e tutti si fermano. Questo attimo cristallizzato, in cui il tempo si arresta, è esattamente ciò che il presepe rappresenta: una istantanea del mondo che si immobilizza quando nasce Gesù.

Nel nostro caso, come ben sappiamo, quel mondo è la Napoli del Settecento…con qualcosa in più.

Nel 2005, su un presepe monumentale firmato dai noti fratelli, realizzato per la mostra Il mondo sospeso. Presenze e assenze del presepe napoletano, accanto al Bambino appena nato ne compare un altro, nero, vestito di stracci, che si trascina dietro il suo giocattolo sbilenco: è il Ciro nato “nir nir“ nella Tammurriata nera di E.A Mario. E’ lui, è il figlio abbandonato del dopoguerra. Nei suoi occhi, però, si intravedono tutti i bambini abbandonati, poveri, emarginati, di ogni colore e ogni tempo.

Ciro rappresenta la terza via degli Scuotto: è il presente che fa irruzione sul presepe ma è anche una presenza che si fa simbolo di inclusione e diviene senza tempo.

Non c’è presepe monumentale a firma dei nostri in cui non ci sia, poi, un personaggio dalle grandi orecchie a sventola, una diversa dall’altra, con un sorriso sincero e un’aria serena: è Giacomino, altra incursione del presente sulla raffigurazione della nascita di Gesù, stavolta personalissima. Quest’uomo ritratto alla perfezione è un bambino di 70 anni mai cresciuto, amico di tutti e amatissimo dagli abitanti del centro storico: presenza fissa nel negozio in via Tribunali, lo è anche sul presepe. Dal punto di vista simbolico, Giacomino rappresenta ancora una volta l’inclusione resa semplice dal vivere quotidiano, che a Napoli diventa così ovvia da passare quasi inosservata. Dal punto di vista affettivo, poi, la sua presenza ha acquistato un valore quasi magico: è una nota di positività imprescindibile, immancabile e dal valore inestimabile. Non a caso, il pastore (così vengono chiamate, genericamente, tutte le statuine del presepe) di Giacomino non si può acquistare perché non è in vendita: non si può dare un prezzo alla poesia.

L’elenco potrebbe continuare ma il concetto è già chiaro: nel Settecento sul presepe veniva rappresentata la Napoli contemporanea e oggi i nostri autori fanno esattamente la stessa cosa. Si parte dalla tradizione, si usano i suoi stessi elementi narrativi e la si rinnova. La tradizione, dunque, si arricchisce, cresce, vive.

Il presepe de La Scarabattola, nel 2020, è un quadro della Napoli di oggi e, più in generale, della società odierna, ma è anche una dichiarazione d’intenti: attraverso i personaggi che si decide di raccontare, infatti, si sceglie quale narrazione del mondo fare, si sceglie da che parte stare, si prende posizione.

Pulcinellarifavola

Parlando del legame tra il presepe napoletano e il teatro non si può non menzionare Pulcinella.

2004, Napoli, chiesa di San Severo al Pendino: stanno per arrivare una trentina di bambini della scuola elementare a cui mostrerò le varie scarabattole dove, attraverso statuine piuttosto inusuali, si racconta una storia, nuova ma dal sapore antico, che sa di vita, morte, amore. Il Diavolo ha rubato la maschera a Pulcinella che, per recuperarla, intraprende un lungo viaggio verso terre lontane, dove incontrerà tanti e inaspettati amici pronti ad aiutarlo. Personaggi noti, di favole e racconti conosciuti ma protagonisti, ora, di un’altra storia, di una ri-favola, appunto.

La sceneggiatura di questa avvincente messinscena è presto fatta: una giornalista appassionata e un fotografo innamorato di Napoli7 incontrano la creatività senza limiti di un gruppo di giovani artisti e insieme tessono la trama, di parole, immagini e terracotta, di Pulcinellarifavola: un furto, una maschera simbolo di un’intera città e anima stessa del personaggio che la indossa, un finale drammatico ma carico di speranza perché, nonostante tutto, il Bene ha la meglio sul Male. Nell’ultima teca, infatti, c’è il protagonista trafitto da due spuntoni di roccia, il corpo abbandonato nell’estremo gesto del sacrificio di se stesso per la città di Napoli: uno dei bambini vi si avvicina e, dopo aver esclamato un sonoro “è inquietante!”, si asciuga una lacrima, come avrebbe fatto davanti all’ultima, tragica scena di uno spettacolo teatrale.

Ma non è finita. Dalle luci di uno schermo, ecco che Pulcinella prende vita, e racconta, in un altro modo ancora, le sue avventure. La voce gliela presta Peppe Barra, i movimenti la fervida immaginazione di un altro amico fotografo, Cesare Abbate, che dona la vita ai pastori come fossero marionette.

Una sceneggiatura originale, tanti attori in terracotta e uno in carne e ossa, un addetto agli effetti speciali: ancora una volta, è teatro. Alla maniera dei nostri fratelli, però: come sempre si parte dalla tradizione e si va oltre, e dalla commedia dell’Arte alla ri-favola è un attimo.

Il furto della maschera (ph. Sergio Siano)

Personaggi di terrore, demoniaci e magico-religiosi della tradizione natalizia meridionale

Nel lavoro dei nostri autori, se da una parte la tradizione si rinnova, dall’altra si ritrova, nel senso che riscopre pezzi di se stessa attraverso aspetti quasi del tutto dimenticati.

Come avvenne nel 2008, quando grazie ad una interessante e proficua collaborazione con il Maestro Roberto De Simone  diversi Personaggi di terrore, demoniaci e magico-religiosi della tradizione natalizia meridionale”8 entrarono alla Reggia di Caserta per raccontare ai visitatori increduli un altro Natale, poco conosciuto se non del tutto dimenticato: un Natale di inquietudini, di storie e personaggi inferi, legati al mondo ctonio, portatori di un codice onirico prezioso, che giunge a noi da un tempo passato e che, se non tramandato, rischia di scomparire per sempre.

Nella Sala dei Porti degli Appartamenti storici, ai piedi di un ponte in miniatura si scorgeva una sagoma scura, dall’apparenza sofferente: era Mafalda Cicinelli, una principessa costretta dal padre a prendere il velo monacale e morta suicida per amore. Inquietanti figuri incappucciati, scalzi e con il pollice in fiamme, procedevano in fila e scomparivano dall’altro lato dello stesso ponte: erano 12 monaci, a rappresentare gli altrettanti mesi dell’anno appena trascorsi che, a seguito del corteo dei Re Magi, stavano tornando nell’Aldilà. Poi, poco più in là, un mostro marino metà Sirena metà Medusa, in un mare nero pece, circondato da un gregge di pecore che mangiano perle cadute dalle folte chiome di una bellissima fanciulla in catene: ancora, dall’altro lato, un terribile lupo mannaro compare davanti a zi’ Michele che, dalla tanta paura, si addormenta. E tanto altro ancora ci sarebbe da raccontare: un universo terrifico racchiuso in una stanza, pronto per essere raccontato, fatto proprio e tramandato, in nome dei significati più veri, profondi e antichi del Natale.

Ma un’altra presenza ancora, inquietante più di tutte, aveva già fatto il suo debutto su questo palcoscenico in legno e sughero che ormai conosciamo bene, e molto prima del 2008: il Diavolo in persona.

Dagli Scuotto il diavolo non manca mai anzi, fin dall’inizio non è mai mancato perché il Bene e il Male coesistono, nella vita come sul presepe. Incatenato e impotente, sotto al Bambino che sta nascendo, ha la pelle color ebano, un piercing al lobo e sul sopracciglio, lunghe unghie color notte e il fascino ammaliante del Male. O confonde, turba l’osservatore nelle sue forme maschili e femminili insieme, con il suo incarnato di porcellana, lunghi capelli biondi, assiso come su un trono in mezzo a drappi color porpora. Accanto, invece, è rappresentato in tutta la sua vanità, mentre si specchia soddisfatto, reggendosi sulle zampe da fauno. O, ancora, si cela dietro mostruose sembianze zoomorfe mirabilmente modellate.

È da considerare che, molto probabilmente, la presenza del diavolo sul presepe non è una novità, anche se non ne abbiamo alcuna traccia nelle più note raccolte pubbliche e private, nelle aste o nelle esposizioni, tanto che Ebanista fa notare che “la lacuna è stata colmata da La Scarabattola dei fratelli Scuotto che hanno riproposto in una mostra varie figure demoniache, consentendo a collezionisti e appassionati di “integrare” i propri presepi con la figura del diavolo (Mostro…il Diavolo, 2003)”9 e di rinverdire, così, una tradizione che rischiava di essere dimenticata.

Mamma Sirena (ph. Sergio Siano)

La Cantata dei Pastori

Se si vuol vedere un presepe rappresentato su un palcoscenico, senza escamotage narrativi, bisogna aspettare il periodo natalizio, recarsi in un teatro napoletano e godersi La Cantata dei Pastori.

Da diversi anni la regia di Peppe Barra e Paolo Memoli la fanno rivivere attraverso un allestimento senza tempo, la cui messa in scena conserva la semplicità del teatro popolare e ne lascia intatta la magia.

Per me e la mia famiglia à diventato un appuntamento fisso, un rito irrinunciabile: non è Natale senza la Cantata dei pastori.

Questo dramma sacro composto verso la fine del Seicento da Andrea Perrucci, rivisto e ripubblicato più volte nel corso del tempo, raccontale vicissitudini di Giuseppe e Maria prima della nascita di Gesù, ostacolata in tutti i modi dal Diavolo e protetta con fermezza dall’Arcangelo Gabriele. La sacra coppia, grazie ai suoi tempestivi interventi, giunge serena alla grotta dove viene alla luce il Verbo Umanato. Alla parte sacra si aggiungono frizzi, lazzi e divertenti e innocue volgarità di Razzullo e Sarchiapone, due personaggi comici popolari, poveri in canna, perennemente affamati, che si trovano in Palestina per sbarcare il lunario e

diventano inconsapevoli testimoni della nascita di Gesù: sacro e profano, serio e faceto si intrecciano e si completano così che sembra davvero di trovarsi davanti ad un presepe a grandezza naturale.

Non solo la rappresentazione plastica della nascita di Gesù si può rinnovare e parlare del presente, lo può fare anche la sua trasposizione teatrale. I primi di gennaio del 2019, infatti, la Cantata dei pastori è stata rappresentata nella Basilica di Santa Maria alla Sanità (quartiere popolare di Napoli che si sta riscattando da un passato difficile grazie all’arte e alla cultura) ma con un nuovo adattamento, legato alla storia del quartiere, interpretata da giovani attori del posto e arricchita da un nuovo personaggio, tale Peppeniello: si tratta di un paggio nano, venuto fuori da un affresco ritrovato nella cripta della Basilica e diventato non solo simbolo della rinascita dell’intero quartiere, ma anche un nuovo pastore, ovviamente a firma Scuotto, entrato di diritto nel loro presepe, accanto a Ciruzzo e a Giacomino.

Conclusioni

 “La tradizione è lo scrigno della memoria ma anche lo specchio che riflette in modo oggettivo le mutevolezze della nostra identità nel sovrapporsi delle epoche.”: questo l’incipit di quanto scritto da De Simone in occasione della mostra del 2008. Le sue parole possono riassumere alla perfezione quanto detto finora a proposito del modus operandi degli SCU8 (anche questa definizione è opera sua).

Quello che ho in piccola parte descritto è un mondo affascinante e molto complesso o, forse, affascinante proprio in quanto complesso: e come potrebbe essere altrimenti, visto che ciò di cui si parla, in sostanza, è l’uomo? La materia prima di questo lavoro non è solo acqua mescolata a terra ma è carne viva, è l’essere umano e le mille sfaccettature del suo animo.

Raccontare l’uomo contemporaneo all’uomo contemporaneo è un compito complicato ma quando lo si fa attraverso l’arte diventa un privilegio: e se si sceglie di veicolare il proprio messaggio affondando mani e cuore nella tradizione, la responsabilità che ne deriva è grande, tanto quanto, però, l’onore di farlo.


  1. M.Niola, Il presepe, 2005. Le illustrazioni del libro sono a cura de La Scarabattola []
  2. È un presepe monumentale donato da Michele Cuciniello, a fine Ottocento, al museo di San Martino di Napoli, dove tuttora è visitabile []
  3. La scarabattola è un mobile con le pareti in vetro che contiene oggetti preziosi. A Napoli conteneva spesso una scultura o un presepe []
  4. M. Niola, Il presepe, cit, p.36 []
  5. Ivi, p.34 []
  6. Ibidem []
  7. Chiara Graziani e Sergio Siano, in quegli anni rispettivamente giornalista e fotoreporte de Il Mattino []
  8. Titolo della mostra in questione []
  9. L. Ebanista, Figure e rappresentazioni presepiali, 2012, in nota a p. 67. Mostro…il Diavolo è la mostra dei fratelli Scuotto interamente dedicata al Diavolo []

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